23.04.2022

Arcangelo Sassolino - Biennale di Venezia 2022

Arcangelo Sassolino - Diplomazija Astuta
LIX Biennale Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia
Arsenale - Padiglione Malta
23 aprile - 27 novembre 2022

Dissipatio

Il vuoto, nel dipinto di Caravaggio, l’oscurità di quel muro, di quelle pietre e in generale di tutto ciò che non è attraversato dalla vita, sembra essere la condizione stessa della scena, ciò che rende possibile lo sconvolgimento di quella luce palpitante e vibrante che fa di quei corpi dei corpi vivi e in movimento. Questo contrasto radicale tra l’oscurità e la luminosità è ciò che rende la scena qualcosa che sta accadendo e non qualcosa che accadrà o è già accaduto.
È questo contrasto che mi interessa, ovvero l’idea che solo nel conflitto e nella tensione irrisolta delle forze in campo possa apparire, magari anche solo per un istante e magari sotto forma di una luce nuova, inattesa e bruciante, l’origine stessa delle cose. Un’origine, che nel momento in cui appare è tutta nel qui e nell’ora del suo apparire e che, insieme, proprio perché è tutta nel qui e nell’ora del suo apparire, è necessariamente qualcosa che prima non c’era ed altrettanto decisamente è destinata a non esserci più. Anzi, un’origine che appare e che nel momento stesso in cui appare non è già più.
Quello che cerco di catturare è l’istante del cambiamento di stato, l’attimo in cui qualcosa sta diventando qualcos’altro, l’energia e la potenza che c’è in quell’istante di assoluta instabilità che è all’origine di quei momenti di equilibrio che sono il prima e il dopo.
Per questo ho deciso di lavorare sul metallo e sulla sua trasformazione.
Sono trascorsi circa otto millenni da quando l’essere umano ha scoperto e implementato l’uso dei metalli: il rame, l’oro, il ferro, l’alluminio. I metalli, come è noto, sono elementi caratterizzati da resistenza meccanica, ma anche da duttilità; si presentano come inermi, ma sono anche conduttori di energia e calore.
La forchetta sul nostro tavolo, la ruota del treno, l’aereo, i componenti di un motore, l’anello al dito, il monumento in piazza, il bisturi, una pallottola: tutti questi oggetti, prima di essere quello che sono, sono stati liquido incandescente. Tutto il metallo che vediamo, che tocchiamo, che utilizziamo e che costituisce lo scheletro del mondo vitale dentro cui ci muoviamo ha preso la sua forma solidificandosi dentro l’oscurità di uno stampo, per poi passare per una trafila e dunque raffreddarsi contro o dentro qualcosa.
L’idea che mi ha mosso è stata quella di liberare il metallo da quella forma chiusa, di portarne a esposizione la sua origine liquida, impalpabile, luminosa.
Sciogliendolo, il metallo non è più solo e semplicemente un presente statico, non è più solo qualcosa che c’è e che in questo esserci rimane identico a se stesso, ma si fa tempo, si dilata dentro una dimensione cronologica di apparizione e scomparsa.
L’acciaio si crea solo ad altissime temperature e se riportato allo stato liquido originario si illumina; l’energia e il calore si trasformano in luce rovente, che solo quando si spegne si fa stolida durezza.
Solo nel cambiamento di stato, e dunque solo nel tempo vivo, si fa luce.
Questo è un lavoro sulla perdita continua, sull’impossibilità di trattenere, sul fluire inesorabile e senza sosta di ogni cosa ed evento. Ma anche sull’idea che l’essere si rivela solo nello svanire, che la luce è un intervallo evanescente dell’oscurità.
C’è qualcosa che continua a dissiparsi, consumarsi, cedere; le gocce fuse appaiono, cadono e incessantemente svaniscono. Il mio è un tentativo di scandire il tempo – che è insieme ciò che fa essere e ciò che consuma l’essere – attraverso qualcosa di altrettanto inafferrabile.
Forse è un lavoro su quella ferita aperta che è la vita.
E poi perché la scultura non può fluire come il tempo anziché essere un freddo e rigido monolite privo dell’energia iniziale che l’ha prodotta?
Invece che fermare e solidificare l’istante del passaggio, facendone così ancora una volta qualcosa di statico e fisso, ho voluto mostrare il passaggio stesso, l’apparire e lo scomparire, il limite luminescente ed effimero che insieme divide e connette l’oscurità del prima con quella del poi.

Arcangelo Sassolino